Padroni della porzione umana della nostra eredità

La lettura: “oppio dello spirito”, pigrizia mascherata da attività, forma della paura di sé stessi e del mondo. Il libro ci varrebbe da sostituto, da surrogato; ci perde-remmo nella lettura per evitare l’obbligo di accogliere con una reazione nuova ogni novità della nostra vita. Invero, a intorpidire le attività dello spirito inducendolo lentamente a vivere come un automa, a fargli perdere il sapore e il senso della vita immediata, a condurlo in un vuoto palazzo di pensieri volgari e di stupide abitudini, è la vita di tutti i giorni con le sue faccende abituali, i suoi bisogni ordinari, la sua attività superficiale, la sua intensità fittizia. Al contrario, a destare lo spirito dal sonno dogmatico del vivere comune, a gettarlo nel mare ignoto dei propri pensieri, dei sentimenti genuini è la lettura. Il contatto con altri spiriti, con il pensiero loro, severo e affilato, lontano dal nostro, turba le nostre esistenze ordinarie e affrettate convinzioni. Insomma, la ricchezza e la consistenza della coscienza, come pure la sua finezza spirituale, non ci sono date separatamente dall’atto mediante il quale ci rendiamo padroni della porzione umana della nostra eredità.

Nicolás Gómez Dávila,  Appunti

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Un distillato di pensiero

1239746406_850215_0000000000_sumario_normalGli Escolios, il suo capolavoro letterario e speculativo, sono un distillato di pensiero in forma di aforismi, che impressionano per la loro forbitezza e incisività. Stile e idee si fondono in un’unità cristallina, che emana un’aura particolare in conformità al programma stilistico dell’autore: «La frase deve avere la durezza della pietra e il tremore delle foglie». La sua convinzione corrispondente è che «lo scrittore che non ha torturato le sue frasi tortura il lettore». Questo non significa, però, che Gómez Dávila si rifugi in meri esercizi stilistici, avendo rinunciato alla speranza di riconoscere dei nessi nella nostra realtà frammen-tata. L’apparente frantumazione dell’opera in aforismi è soltanto l’aspetto esteriore di un pensiero che si occupa dell’interno: «Le mie brevi frasi sono tocchi di colore di una composizione “pointillistica”». L’immagine complessiva, tetra e disillusa, ma lucida e illuminante, mette a nudo il paesaggio desolato del presente e offre una diagnosi caustica della modernità e dei suoi echi nichilistici. Questo non per un languido compiacimento della decadenza, ma in nome della verità eterna, alla cui esistenza Gómez Dávila vorrebbe aggrapparsi: «Non faccio parte di un mondo che decade. Io prolungo e trasmetto una verità che non muore».

FRANCO-VOLPI-2Siamo di fronte a un antimodernista radicale, che si professa reazionario non nel consueto senso politico, bensì in un senso di principio: reazionario è contro tutto perché niente merita più di essere conservato. Il reazionario in questo senso è molto più radicale del conservatore: «Un reazionario diventa conservatore solo nei momenti in cui c’è qualcosa da conservare». Contro che cosa egli reagisca e pensi, è chiaro: «L’entusiasmo del progressista, gli argomenti del democratico, le dimostrazioni del materia-lista sono il nutrimento del reazionario». Gómez Dávila rivolge una critica pungente contro tutte le idee dalle quali possono derivare ideali e quindi ideologie: «Ogni individuo con “ideali“ è un potenziale assassino». E anche la «fine delle ideologie» gli appare come un titolo con il quale si festeggia il trionfo di una determinata ideologia. Non c’è da meravigliarsi che egli si sia rinchiuso nella più rigorosa solitudine e abbia scelto quale forma di vita l’esistenza insulare dell’aristocratico, al di là del bene e del male: «La lotta contro il mondo moderno deve essere condotta nella solitudine. Dove si è in due c’è tradimento».

FVNon c’è da stupirsi neppure che egli prenda le distanze dalla filosofia ufficiale “dominante”, anche se il suo giudizio al riguardo è tutto sommato mite: «Nelle università la filosofia sverna soltanto». Infine, non fa meraviglia che sulla sua grandiosa composizione pointillistica aleggi un alito di scetticismo: «I veri problemi non hanno una soluzione, ma solo una storia», senza che con ciò egli metta in dubbio la verità assoluta: «La verità è nella storia, ma la storia non è verità». Gómez Dávila spezza così una lancia in favore della metafisica («Tutto è banale, se l’universo non viene concepito entro un’avventura metafisica») e riconosce la propria vicinanza alla religione: «Più che un cristiano sono forse un pagano che crede in Cristo». È uno dei grandi solitari del XX secolo, la cui recezione finora è limitata a pochissimi.

Franco Volpi

Una trascendenza vittoriosa

senza-titoloSi può trascendere il soggettivismo solo assumendolo in modo totale. Quando il soggetto si ripiega su se stesso e s’immerge nel folto di sé, un rumore d’acqua viva lo accoglie nella penombra. E là dove si aspettava di trovare la solitudine estrema, gli si rivela un’oggettività ribelle, un’alterità irriducibile, una trascendenza vittoriosa.

Dall’assunzione delle soggettività nascono la storia e Dio.

Nicolás Gómez Dávila

Lussuria

04a1b-52b698c8-8e39-444e-ad77-a334e129b002Là dove il cristianesimo scompare, avidità, invidia e lussuria si inventano mille ideologie per giustificarsi.

La liberazione sessuale consente all’uomo moderno di ignorare i mille altri tabù di altro tipo che lo dominano. 

La promiscuità sessuale è il contentino che la società dà per ammansire i suoi schiavi.

Nicolás Gómez Dávila

 

 

Il creditore sublime

 

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Ai fanatici della giustizia l’universo sembra un debitore moroso, agli adoratori della grazia un creditore sublime. I primi pensano che tutto sia loro dovuto, i secondi sanno che devono tutto.

Nicolás Gómez Dávila

(18 maggio 1913 – 18 maggio 2016)

Soggetti smarriti

http%3A%2F%2Fphp.grupporetina.it%2Farthemisia%2Fintra%2Fupload%2Fcontenuti%2Fimage%2Foriginal%2F159webL’uomo primitivo trasforma gli oggetti in soggetti, quello moderno i soggetti in oggetti. Possiamo supporre che il primo si illuda, ma sappiamo con certezza che il secondo si sbaglia.

Quanto più l’uomo crede di essere libero, tanto più facile è indottrinarlo.

«Fine delle ideologie» è il nome con cui si celebra il trionfo di una determinata ideologia.

Nicolás Gómez Dávila

Vizi e diritti

16:2Per corrompere un individuo basta insegnargli a chiamare diritti i suoi desideri personali e abusi i diritti degli altri.

Dopo aver screditato la virtù, questo secolo è riuscito a screditare anche i vizi.

Nicolás Gómez Dávila

La libertà è soggezione a un ordine

NGD 4Ma se il reazionario è impotente nel nostro tempo, la sua condizione lo obbliga a testi-moniare la sua ripugnanza. La libertà, per il reazionario, è soggezione a un ordine.
Infatti, anche quando non sia né necessità né capriccio, tuttavia la storia non è per il reazionario dialettica della volontà imma-nente, ma avventura temporale fra l’uomo e quanto lo trascende. Le sue opere sono tracce, sulla sabbia smossa, del corpo dell’uomo e del corpo dell’angelo. La storia del reazionario è un brandello, strappato dalla libertà dell’uomo, che sventola al soffio del destino.
Il reazionario non può tacere, perché la sua libertà non è solo l’asilo in cui l’uomo sfug-ge al traffico che lo stordisce e dove si rifugia per riprendere in mano sé stesso. Nell’atto libero il reazionario non prende soltanto possesso della propria essenza.
La libertà non è una possibilità astratta di scegliere fra beni noti, ma la condizione concreta all’interno della quale ci è concesso il possesso di nuovi beni. La libertà non è istanza che risolva contese fra istinti, ma la montagna dalla quale l’uomo contempla l’ascesa di nuove stelle, nella polvere luminosa del cielo stellato. La libertà pone l’uomo fra divieti che non sono fisici e imperativi che non sono vitali. Il momento libero dissipa la vana chiarezza del giorno, perché si erga, sull’orizzonte dell’anima, l’immobile universo che fa scivolare i suoi lumi passeggeri sul tremore della nostra carne.

Nicolás Gómez Dávila
Estratto da  Il Vero Reazionario

Frammento pasquale / 2

crux


“Dio è morto” esclamò quel Venerdì Santo che è stato l’Ottocento.
Oggi viviamo nell’atroce silenzio del sabato. Nel silenzio del sepolcro abitato.
In quale secolo spunterà, nel sepolcro vuoto, l’alba della Domenica di Pasqua?

Nicolás Gómez Dávila