Resurrecturi

i-due

La teologia della resurrezione dei morti mi faceva ritrarre come da un patibolo. È possibile che in queste lettere Sergio ne abbia seminato tracce: era per lui un dogma assoluto. Resurrezione materiale di corpi dissolti, non certo di eterici o di rinati per samsāra, al termine bramato del tempo lineare. Confluiva lì il suo disperato anelito di salvezza, e la Chiesa coi suoi pontefici era accusata con violenza di aver voluto dimenticare che i morti risorgeranno e che il resurrecturi alle entrate dei nostri cimiteri non è una generica consolazione per i provvisoriamente vivi in visita floreale.

Guido Ceronetti

Annunci

Il guerreggiare terroristico

manifestazioni-anni-70Il fanatico è un posseduto da un’idea fissa, ed è un uomo o donna che ha paura: una folle paura di perdere mezzo grado di quel fanatismo che gli sazia il digiuno di ideali più puri, più generosi, quelli da cui può essere ispirata la vera audacia. La guerra-guerriglia fatta dai fanatici non è soltanto spaventosa, è intrinsecamente  vergognosa, perché il suo obiettivo è indifferentemente la forza e la debolezza, il militare e il civile, l’armato e l’inerme, la caserma e la stazione, il giovane e il vecchio, il paracadutista e il bambino, l’uomo e la donna, la truppa e la folla, il carro armato e il bidet, l’uniforme e il grembiulino, il mirino opposto e la treccia scura.
Qualunque sia il motivo accampato, il guerreggiare terroristico è disonorante e disonorato; non è combattimento è assassinio; non è giustizia, è altare dell’odio. Cercare la stage per la strage è abbietto. Chi fa questo, sguazza nel disonore e nell’infamia. Dirlo audace può solo un cretino.

Guido Ceronetti

Per ogni evento un’ora

Eerste versie van het rotsachtige landschap met een wandelaarPer tutto è sotto il cielo una stagione
Per ogni evento un’ora

Un’ora per nascere
un’ora per morire

Un’ora per piantare
un’ora per sradicare 


Un’ora per uccidere
un’ora per preservare

Un’ora per abbattere
un’ora per ricostruire

Un’ora per le lacrime
un’ora per le risa

Un’ora per il lutto
un’ora per le danze

Un’ora in cui scagli pietre
un’ora in cui le accatasti

Un’ora per le braccia che abbracciano
un’ora per le braccia che si ritraggono

Un’ora per cercarsi
un’ora per lasciarsi

Un’ora per tenere
un’ora per buttare

Un’ora per lacerare
un’ora per ricucire

Un’ora per tacere
un’ora per parlare

Un’ora per amare
un’ora per odiare

Un’ora per la guerra
un’ora per la pace

Avrà qualche guadagno
Chi si spende con qualche fatica?

Qohélet 3, 1-9
versione di Guido Ceronetti

Rovine

cero_netti 3I demoni non sono più esclusivi abitatori di rovine. Hanno capito che questa civiltà è tutta un immenso brulicare di rovine, perché riflette l’uomo nella sua integrità di male. Allora si postano qua e là, come càpita. Ogni luogo è buono.

Non si vive «in attesa di una catastrofe», la catastrofe è vivente nell’umanità contempo-ranea come una divinità terribile nel proprio santuario, e ogni avanzamento della Tecnica è un suo movimento in avanti, un segno della sua attiva, della sua irreprimibile presenza.

Guido Ceronetti

Quello che con Dio combatte

the-vision-after-the-sermon-jacob-wrestling-with-the-angel-1888

E quella notte si levò
Prende le sue due donne e le sue due schiave
E passa il guado dello Iabbòq
Tirandoseli appresso gli fa passare il rivo
L’intera sua masnada lo passerà con lui

E Giacobbe rimase solo

E un uomo lo abbrancò e lo torse
Finchè l’aurora sorse
Ma vide cha a batterlo non riusciva
Nella conca dell’inguine gli sferra un colpo
E la forza con cui si dibatteva
Dagli inguini percossi a Giacobbe andò via
Lasciami l’aurora è sorta dice
E l’Altro no se non pieghi
Le tue ginocchia non ti lascerò
Poi gli domanda qual è il tuo nome?
Gli risponde è Giacobbe
Non sarai più Ia ‘aqòv gli dice
Non sarai più il Soppiantatore
Tu sarai Isra-‘El il Vincitore
Perché sei Quello che con Dio combatte
E tra gli uomini l’Imbattibile
E Giacobbe lo interroga
Ora dimmi il tuo nome dice
L’Altro risponde vuoi che sia tuo il mio Nome?
E in quel punto di grazia lo pervase
Giacobbe chiamò quel Luogo
Col nome di Penuèl Dio si è svelato
Per aver visto proprio in faccia Dio

Traendo in salvo la vita 

Era un sole raggiante
Quando si incamminò oltre Penuèl
Ma era debole e zoppicava

Genesi 32, 23-32
versione di Guido Ceronetti

Frammento

i-due-450x407
Il frammento, in verità, è sempre nuovo.

Il frammento è un viaggio nel nucleo atomico, nell’àcaro pascaliano, nel dedalo del protozoo. Più frammenti pensanti insieme formano delle nuove aggregazioni, delle vegetazioni da grotta, dove si colgono altre rivelazioni.

L’unità non è un luogo; il frammento è un luogo, è tutti i luoghi, e l’unica unità possibile.

Ecco creata, dall’atto stesso di lacerare lacerazione, la novità di un luogo diverso, che si nascondeva nel coacervo d’inconoscibili dell’unità apparente.

Guido Ceronetti

Faustismo di paranoici

1Procreazione assistita è una parola-passamontagna, che copre una rapina di senso. Per dire la cosa si dovrebbe usare l’aggettivo innaturale o extranaturale o transnaturale oppure l’espressione: procrea-zione di laboratorio, che è senza ipocrisie. Quanto a biotecnologie, che implicano anche la procreazione di laboratorio, nella sua tagliente nudità il termine mi sembra appropriato, ed è una porta bianca dietro la quale si consumano e si consumeranno innumerevoli e strazianti crimini. Siamo davvero già molto avanti. Si può dire che, colpo su colpo, tutto quel che la genetica alleata alla follia del profitto ha fatto subire alle bestie destinate ai macelli, gli orrori della sperimentazione e dell’allevamento, sia destinato a ricadere sull’uomo, inventore di quell’oceano d’infamie, produttore (i nostri famosi mercati!) di sofferenze mute illimitate. «Se tocchiamo il corpo, tutto è perduto»: è la parola di un grande biologo, che era anche un filosofo, Jean Rostand. Intendeva le fantasie manipolatorie, non gli atti chirurgici necessari. Il corpo è più che toccato, lo sarà sempre più, e la nostra dannazione non avrà più fine, finché non avremo cessato di esistere. Siamo anche produttori di leggi orbe, o cieche del tutto. È chiaro che la legge è messa in moto e orientata dalla pressione esterna, che è per un libero parlamento quel che è il peso dell’oceano sulla vegetazione dei fondali. La legge salva la ricerca, dietro la quale c’è l’onnipotenza dell’industria, ormai planetaria, per il disvelamento del tragico fondamentale di quel che non si vuole comprendere nel tragico, l’economia, che piglia il nome idiota (l’aspetto fool del tragico) di globalizzazione. Sulla procreazione di laboratorio abbiamo adesso, qui, una legge che certe porte le spalanca e certe altre mantiene chiuse. Ma si sa che le porte oggi chiuse saranno dei vaevieni domani: si tratta solo di far maturare i tempi, che del resto maturano molto celermente. […] È il cuore incandescente del problema che va messo a nudo. Ernst Jünger centrò la questione con l’osservazione: «I figli della provetta saranno i criminali di domani».  Estendiamo. Domandiamoci perché quel che faticosamente siamo riusciti, probabilmente sbagliando tutto, a isolare e a proteggere mentalmente come bene sia sempre più un lumino sperduto, un lanternino rosso in una miniera scoppiata, nei destini collettivi umani, nelle generazioni umane di ogni parte della terra… […] La ragione, la ricerca, le ragioni della ricerca… 2La tenebra ha esultato: ecco la sterilità in briciole, surrogata da infamie, da procedimenti di vergogna. Calvario femminile senza fine: anche se volontario, triste, tragico calvario. E altre nascite di perdizione, di perdizione sempre più incalzante: nascite neppure più provocate da un incontro indifferente o forzoso, ma dal vuoto, da una manovra di laboratorio. Mostruosità inconcepibili perfino nella più nera stregoneria: seme ibernato, embrioni congelati, figli di due padri, di due madri, di vergini dannate, un faustismo di paranoici, una litania omicida. Ne senti parlare con naturalezza, come problema (tutto è problema!): bioetico, giuridico, politico, anche lì una destra, una sinistra, un magistero, un premionobelismo oracolare, una finale «vittoria del buon senso», del centrismo morale, un capolavoro di equilibrio: la porta aperta adagio, invece che spalancata subito, quanto basta per rassicurare commercio, industria, cliniche universitarie e private, turismo biogenetico nei posti più avanguardisti, dibattiti (sempre ampi, non ce n’è mai uno esile, filiforme), illuminismo contro teologia, scienza contro ignoranza, Duemila contro Medioevo… Come in ogni onesto crimine, c’è una vittima – di cui infischiarsene, una vittima che addirittura deve ringraziare il fantastico apparato che lo ha generato… altrimenti, chissà, avrebbe perso l’Appuntamento con la Storia, poveretto, nel suo non-essere di poltrone, di renitente all’ovulo della bisavola ignota. La vittima è lo sventurato prodotto di quell’osceno traffico, una creatura cavata con mani empie dal nulla, che soltanto nell’odio potrà trovare un ubi consistam, una propria identità di persona. Se volete spargere lacrime, spargetele su questi poveri nati.

Guido Ceronetti
La Stampa, venerdì 19 luglio 1998.

Da grigie stanze escono angeli con ali impregnate di fango

showimg2.cgiOmologa… Eterologa… In un linguaggio che non riesce a dir bene neppure il falso, l’uso di parole difficili nasconde qualche misfatto. Il senso proprio, corrispondente – non corrispondente è del tutto traviato. […] E a me pare che la distinzione tra Omo e Eterologa si avvicini a una massima come questa: è legittimo un crimine se lo si consuma in famiglia, illegittimo se consumato fuori dell’uscio di casa. La legge che è passata sanziona questo, perché, sposati o no, la manipolazione spermatica e uterina eseguita da una ginecologia illusionista, da una biologia non biofila, per cui scienza rima con senza coscienza, diventasse pure la più universale e legale delle pratiche, sempre resterebbe delitto. Puniamola con almeno una marcatura a fuoco, noi che – nati da povere, vere madri, da pancini non siringati e trapiantati – abbiamo abbondanza di riserve morali, di obiezioni disperate nei confronti dello strapotere tecnologico ed economico, e vorremmo poter intralciare, ritardare e fermare, dappertutto, una ricerca senza freni che sentiamo midollarmente, implacabilmente, come espressione e strumento del male, della tenebra.
«Da grigie stanze escono angeli con ali impregnate di fango» (Georg Trakl,
Psalm). A me sembra imperdonabile che una coppia d’Occidente, con denaro da buttare in questi nauseanti esperimenti dentro la propria carne, non comprenda la bellezza, la bontà, l’amore latente e manifesto, la giustizia dell’adozione, unica o multipla, la bellezza di un adottare senza limiti etnici o geografici bambini di ogni pelle che sono come cani senza collare da sterminare nei canili del mondo un mondo dove si nasce troppo, disumanizzato dal suo eccesso di disperazioni umane – bambini tutti con gli stessi occhi che implorano e fanno fremere, in attesa.
Vorrei non fossero in sempiterno mute le minoranze eretiche e malpensanti silenziose.

Guido Ceronetti
La Stampa, domenica 16 giugno 2002.