Un distillato di pensiero

1239746406_850215_0000000000_sumario_normalGli Escolios, il suo capolavoro letterario e speculativo, sono un distillato di pensiero in forma di aforismi, che impressionano per la loro forbitezza e incisività. Stile e idee si fondono in un’unità cristallina, che emana un’aura particolare in conformità al programma stilistico dell’autore: «La frase deve avere la durezza della pietra e il tremore delle foglie». La sua convinzione corrispondente è che «lo scrittore che non ha torturato le sue frasi tortura il lettore». Questo non significa, però, che Gómez Dávila si rifugi in meri esercizi stilistici, avendo rinunciato alla speranza di riconoscere dei nessi nella nostra realtà frammen-tata. L’apparente frantumazione dell’opera in aforismi è soltanto l’aspetto esteriore di un pensiero che si occupa dell’interno: «Le mie brevi frasi sono tocchi di colore di una composizione “pointillistica”». L’immagine complessiva, tetra e disillusa, ma lucida e illuminante, mette a nudo il paesaggio desolato del presente e offre una diagnosi caustica della modernità e dei suoi echi nichilistici. Questo non per un languido compiacimento della decadenza, ma in nome della verità eterna, alla cui esistenza Gómez Dávila vorrebbe aggrapparsi: «Non faccio parte di un mondo che decade. Io prolungo e trasmetto una verità che non muore».

FRANCO-VOLPI-2Siamo di fronte a un antimodernista radicale, che si professa reazionario non nel consueto senso politico, bensì in un senso di principio: reazionario è contro tutto perché niente merita più di essere conservato. Il reazionario in questo senso è molto più radicale del conservatore: «Un reazionario diventa conservatore solo nei momenti in cui c’è qualcosa da conservare». Contro che cosa egli reagisca e pensi, è chiaro: «L’entusiasmo del progressista, gli argomenti del democratico, le dimostrazioni del materia-lista sono il nutrimento del reazionario». Gómez Dávila rivolge una critica pungente contro tutte le idee dalle quali possono derivare ideali e quindi ideologie: «Ogni individuo con “ideali“ è un potenziale assassino». E anche la «fine delle ideologie» gli appare come un titolo con il quale si festeggia il trionfo di una determinata ideologia. Non c’è da meravigliarsi che egli si sia rinchiuso nella più rigorosa solitudine e abbia scelto quale forma di vita l’esistenza insulare dell’aristocratico, al di là del bene e del male: «La lotta contro il mondo moderno deve essere condotta nella solitudine. Dove si è in due c’è tradimento».

FVNon c’è da stupirsi neppure che egli prenda le distanze dalla filosofia ufficiale “dominante”, anche se il suo giudizio al riguardo è tutto sommato mite: «Nelle università la filosofia sverna soltanto». Infine, non fa meraviglia che sulla sua grandiosa composizione pointillistica aleggi un alito di scetticismo: «I veri problemi non hanno una soluzione, ma solo una storia», senza che con ciò egli metta in dubbio la verità assoluta: «La verità è nella storia, ma la storia non è verità». Gómez Dávila spezza così una lancia in favore della metafisica («Tutto è banale, se l’universo non viene concepito entro un’avventura metafisica») e riconosce la propria vicinanza alla religione: «Più che un cristiano sono forse un pagano che crede in Cristo». È uno dei grandi solitari del XX secolo, la cui recezione finora è limitata a pochissimi.

Franco Volpi

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Il colombiano che amava Nietzsche e detestava il mondo moderno

articuloCi sono a volte scrittori solitari che spuntano imprevedibili, senza essere annunciati da niente e da nessuno. Che sembrano provenire dal nulla. Eccentrici, irregolari, scomodi, essi risultano inclassificabili, e per questo inconfondibili e inimitabili. Il colombiano Nicolás Gómez Dávila – per come scrive e per ciò che scrive – appartiene di diritto al loro novero. Nato a Bogotá il 18 maggio 1913, all’età di sei anni si trasferì con la famiglia a Parigi – com’era costume tra le classi benestanti colombiane – per beneficiare di una formazione europea. Frequentò un collegio benedettino, poi una malattia polmonare lo costrinse in casa per due anni. Continuò gli studi con precettori privati, imparò le lingue antiche e moderne, acquistò familiarità con i classici. Ritornato in patria all’età di ventitré anni, fece una scelta radicale. Si ritirò per dedicarsi interamente alla lettura e alla scrittura, ovvero a una specialissima e per lui insostituibile cura: la biblioterapia. Al centro della sua bella casa in stile Tudor, nella zona settentrionale di Bogotá, c’era la biblioteca. Con l’aiuto di un libraio viennese emigrato in Colombia, vi raccolse un immenso tesoro: la letteratura e il pensiero della vecchia Europa da Omero a Goethe, dai presocratici a Heidegger. Tutto, rigorosamente, in lingua originale. Se possibile, nell’editio princeps. Qui “don Colacho” – così lo apostrofavano gli amici – si intratteneva fino a notte fonda, leggendo, meditando e annotando a matita, su quaderni verdi, le proprie glosse. Morì il 17 maggio 1994. Ha lasciato un’unica opera, di cui gli altri pochissimi libri che scrisse non sono che la preparazione o l’eco, un’ ampia raccolta di aforismi, quasi mille pagine, il cui strano titolo recita: Escolios a un texto implícito. (Una prima parte è tradotta da Adelphi con il titolo In margine a un testo implicito). Sono distillati di lucidità che impressionano per nitore stilistico ed essenzialità. Toccano i grandi problemi di sempre: Dio e il mondo, l’uomo e il suo destino, tempo ed eternità, Eros e Thanatos, arte, religione e politica. Ma lo fanno in uno stile inimitabile, fondendo forma e idee in una concisione che obbedisce a una poetica elementare: quella della scrittura “breve ed ellittica”. Non si tratta unicamente di restituire al pensiero la semplicità che il discorso gli sottrae. La vocazione esclusiva per l’aforisma nasconde una scelta di vita e di pensiero. Chi si limita a scolii e note si è deciso per “l’espressione verbale più discreta e più vicina al silenzio”. Per l’ethos dell’umiltà e della modestia: “L’esposizione didattica, il trattato, il libro si addicono soltanto a chi sia pervenuto a conclusioni che lo soddisfano. Un pensiero vacillante, pieno di contraddizioni, che viaggia senza comodità nel vagone di una dialettica disorientata, tollera appena appena la nota, perché gli serve da punto di appoggio transitorio”. Si spiega così a quale “testo implicito” alludano gli Escolios: “Il diario, la nota, l’appunto aiutano il mediocre perché suggeriscono un prolungamento ideale, un’opera fittizia che non li accompagna”. Il testo implicito è dunque l’opera ideale, perfetta, solo immaginata, in cui le glosse di Gómez Dávila vorrebbero completarsi: “Le mie brevi frasi sono tocchi cromatici di una composizione pointilliste”. Se da buoni lettori di questa “filosofica pointilliste” congiungiamo i singoli tocchi in un’insieme, ne ricaviamo la visione del mondo di Gómez Dávila. Essa si basa su una sferzante critica della modernità. Anzi, della “barbarie moderna” che “ha sostituito il mito di una passata età dell’oro con quello di una futura età della plastica”. Che ha aperto le porte all’ingresso trionfale nella storia dei tre nemici più radicali dell’uomo: “il demonio, lo Stato e la tecnica”. E che non lascia spazio ad alcuna illusione: “I Vangeli e il Manifesto del partito comunista sbiadiscono; il futuro del mondo appartiene alla Coca-Cola e alla pornografia”. Legittimando l’oscena constatazione: “Questo secolo sprofonda lentamente in un pantano di sperma e di merda. Per maneggiare gli avvenimenti attuali gli storici futuri dovranno mettersi i guanti”. A questo punto non è possibile nemmeno essere “conservatori” perché non c’è più nulla da conservare. Bisogna essere reazionari. Prima ancora che per seguire un ideale o una fede, per il semplice esercizio dell’intelligenza. Ma attenzione: “La frontiera tra l’intelligenza e la stupidità è mobile”. Dobbiamo perciò costringerci alla lucidità: “Dinanzi a qualsiasi spettacolo, in qualunque circostanza, lo spirito stia alla finestra, con gli occhi aperti e le narici dilatate”. Certo, l’intelligenza esasperata può spuntarsi. Smarrirsi nell’astratto. Ma c’è un contrappeso: la carne nel suo inesausto appetire, la vita come “l’eccitante più potente”. E’ la carne che tiene vivo il fuoco dell’intelligenza, che alimenta la sua fiamma, il suo desiderio, la sua sete. Possiamo quindi affermare che “l’intelligenza che dimentica o disprezza i gesti voluttuosi misconosce la densità che l’oscura presenza della carne conferisce al mondo”. Ma vale anche la reciproca: “Non avremo imparato a godere sensualmente del mondo se non quando il gesto che palpa si prolunga in arabesco dell’intelligenza”. Dietro questa intuizione, non c’ è solo teoria. C’ è esperienza vissuta. C’è Gómez Dávila stesso. “Sento che la mia esistenza ha solo due punti di pienezza e di equilibrio. Il mio essere si compie solo nell’erta vetta dell’idea o nella valle bassa e soffocante dell’erotismo”. Si avverte qui l’inclinazione alla vertigine, allo squilibrio, all’abisso. Siamo in presenza di una forza irresistibile, la sensualità, che esercita su tutti gli esseri viventi un’attrazione fatale. Quasi una magia: “Ah! Perdersi in una selva spessa, tenebrosa e carnale. Aspiriamo a una possessione demoniaca, e invece facciamo soltanto l’amore”. È l’opera blasfema del Divino Marchese a mettere in scena il problema in tutta la sua crudezza: che cosa resta dell’uomo, dopo la morte di Dio, se non la spaventosa naturalezza delle sue pulsioni? “L’opera di Sade” è l’unico tentativo coerente di costruire un universo rigidamente vuoto delle tre Virtù Teologali. L’universo di Sade è l’universo dell’assoluta finitudine. È la più coerente antropologia negativa: perché “quanto Dio muore, l’uomo si animalizza”. Un giorno qualcuno dovrà pur scrivere una Critica della Ragione Erotica. Essa dovrà stabilire le condizioni di possibilità di una “metafisica sensuale”, capace di salvare “la ricchezza densa e carnale del mondo”. Dinanzi all’inesausto fluire delle cose, di fronte all’irrefutabile evidenza del “tutto nasce e tutto perisce”, si insinua un’ipotesi: “Forse l’unica cosa che non sia vana è la perfezione sensuale dell’istante”. Lì ogni essere coincide unicamente con la sua singolarità: “Che questo corpo, che dorme accanto al mio, e questa dolce curva, che nasce dalla nuca e fluisce fino al ventre, non periscano! È proprio vero che “un corpo nudo risolve tutti i problemi dell’universo”. Gómez Dávila nutre nondimeno l’irrefragabile certezza che oltre la finitudine, oltre il trascorrere distruttivo del tempo, svetti e perduri l’Eterno. Perciò esorta l’uomo al vertiginoso cammino verso un impegno metafisico che dia senso al mondo: “Pur sapendo che tutto perisce, dobbiamo costruire nel granito le nostre dimore, fossero anche quelle di una notte”. Egli ha risolto il problema – lo sradicamento dell’uomo moderno – ancorandosi a un’antica radice, quella del cattolicesimo. Ma critica spietatamente la Chiesa postconciliare che vuole stare al passo con i tempi. Che “per aprire le porte a quelli che stavano fuori ha fatto scappare coloro che stavano dentro”. Che “non avendo ottenuto che gli uomini pratichino quello che insegna, si è rassegnata a insegnare quello che praticano”. Che “pensando di aprire le braccia al mondo moderno, ha finito per aprirgli le gambe”. Questa la sua confessione: “Più che un cristiano sono forse un pagano che crede in Cristo”. Ignorato fino a poco tempo fa, solo grazie all’edizione adelphiana dei suoi aforismi il nome di Gómez Dávila ha cominciato a circolare. “Non è un’opera ciò che intendo lasciare. Le uniche che mi interessano si trovano a una distanza infinita dalle mie mani. Vorrei lasciare però un libricino che, di tanto in tanto, qualcuno apra. Una tenue ombra che seduca poche persone.” Sì! Affinché una voce inconfondibile e pura attraversi il tempo! Di quando in quando, nelle notti insonni, abbiamo aperto le sue pagine. Abbiamo ascoltato la sua voce inconfondibile e pura. Seguito la sua solitaria meditazione. Da allora i suoi Escolios sono diventati il nostro livre de chevet.

Franco Volpi
Repubblica, 26 luglio 2004

Gómez Dávila – parte III

FVNon c’è da stupirsi neppure che egli prenda le distanze dalla filosofia ufficiale “dominante”, anche se il suo giudizio al riguardo è tutto sommato mite: «Nelle università la filosofia sverna soltanto». Infine, non fa meraviglia che sulla sua grandiosa composizione pointillistica aleggi un alito di scetticismo: «I veri problemi non hanno una soluzione, ma solo una storia», senza che con ciò egli metta in dubbio la verità assoluta: «La verità è nella storia, ma la storia non è verità». Gòmez Dàvila spezza così una lancia in favore della metafisica («Tutto è banale, se l’universo non viene concepito entro un’avventura metafisica») e riconosce la propria vicinanza alla religione: «Più che un cristiano sono forse un pagano che crede in Cristo». È uno dei grandi solitari del XX secolo, la cui recezione finora è limitata a pochissimi.

Franco Volpi

Gómez Dávila – parte II

FRANCO-VOLPI-2Siamo di fronte a un antimodernista radicale, che si professa reazionario non nel consueto senso politico, bensì in un senso di principio: reazionario è contro tutto perché niente merita più di essere conservato. Il reazionario in questo senso è molto più radicale del conservatore: «Un reazionario diventa conservatore solo nei momenti in cui c’è qualcosa da conservare». Contro che cosa egli reagisca e pensi, è chiaro: «L’entusiasmo del progressista, gli argomenti del democratico, le dimostrazioni del materia-lista sono il nutrimento del reazionario». Gòmez Dàvila rivolge una critica pungente contro tutte le idee dalle quali possono derivare ideali e quindi ideologie: «Ogni individuo con “ideali“ è un potenziale assassino». E anche la «fine delle ideologie» gli appare come un titolo con il quale si festeggia il trionfo di una determinata ideologia. Non c’è da meravigliarsi che egli si sia rinchiuso nella più rigorosa solitudine e abbia scelto quale forma di vita l’esistenza insulare dell’aristocratico, al di là del bene e del male: «La lotta contro il mondo moderno deve essere condotta nella solitudine. Dove si è in due c’è tradimento».

Franco Volpi

Gómez Dávila – parte I

1239746406_850215_0000000000_sumario_normalGli Escolios, il suo capolavoro letterario e speculativo, sono un distillato di pensiero in forma di aforismi, che impressionano per la loro forbitezza e incisività. Stile e idee si fondono in un’unità cristallina, che emana un’aura particolare in conformità al programma stilistico dell’autore: «La frase deve avere la durezza della pietra e il tremore delle foglie». La sua convinzione corrispondente è che «lo scrittore che non ha torturato le sue frasi tortura il lettore». Questo non significa, però, che Gòmez Dàvila si rifugi in meri esercizi stilistici, avendo rinunciato alla speranza di riconoscere dei nessi nella nostra realtà frammen-tata. L’apparente frantumazione dell’opera in aforismi è soltanto l’aspetto esteriore di un pensiero che si occupa dell’interno: «Le mie brevi frasi sono tocchi di colore di una composizione “pointillistica”». L’immagine complessiva, tetra e disillusa, ma lucida e illuminante, mette a nudo il paesaggio desolato del presente e offre una diagnosi caustica della modernità e dei suoi echi nichilistici. Questo non per un languido compiacimento della decadenza, ma in nome della verità eterna, alla cui esistenza Gòmez Dàvila vorrebbe aggrapparsi: «Non faccio parte di un mondo che decade. Io prolungo e trasmetto una verità che non muore».

Franco Volpi