Obbediente nella forma

r1272_9_les_chapiteaux_du_cloitre-1008x756Ancora oggi, colpisce vedere sino a che punto l’incapacità artistica si leghi all’assenza del Sacro: certi paesi, certe sette, certe chiese anche, certi edifici religiosi persino, ostentano il proprio allonta-namento dal Sacro, in tutte le sue forme, con la loro cruda indigenza artistica. Il che, del resto, in nessun modo è collegato, come si poteva crederlo ancora nel secolo scorso, alla ricchezza o alla povertà; perché esiste una genuina povertà che è spesso magnifica: è la povertà della pittura delle catacombe,  è la povertà di tante nostre chiese di campagna. Inversamente, ecco che l’originaria bellezza di molti edifici oggi è stata annientata da preti zelanti, animati d’un lodevole desiderio di povertà, ma che confondono ciò che è povero con ciò che è soltanto squallido. Forse, appunto in questa direzione bisognerebbe cercare il segreto di questa capacità di creare che fa del minimo capitello romanico, così simile in tutte le sue linee a tutti gli altri, così obbediente nella sua forma all’architettura generale dell’edificio, un’opera d’invenzione.

Régine Pernoud

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Un distillato di pensiero

1239746406_850215_0000000000_sumario_normalGli Escolios, il suo capolavoro letterario e speculativo, sono un distillato di pensiero in forma di aforismi, che impressionano per la loro forbitezza e incisività. Stile e idee si fondono in un’unità cristallina, che emana un’aura particolare in conformità al programma stilistico dell’autore: «La frase deve avere la durezza della pietra e il tremore delle foglie». La sua convinzione corrispondente è che «lo scrittore che non ha torturato le sue frasi tortura il lettore». Questo non significa, però, che Gómez Dávila si rifugi in meri esercizi stilistici, avendo rinunciato alla speranza di riconoscere dei nessi nella nostra realtà frammen-tata. L’apparente frantumazione dell’opera in aforismi è soltanto l’aspetto esteriore di un pensiero che si occupa dell’interno: «Le mie brevi frasi sono tocchi di colore di una composizione “pointillistica”». L’immagine complessiva, tetra e disillusa, ma lucida e illuminante, mette a nudo il paesaggio desolato del presente e offre una diagnosi caustica della modernità e dei suoi echi nichilistici. Questo non per un languido compiacimento della decadenza, ma in nome della verità eterna, alla cui esistenza Gómez Dávila vorrebbe aggrapparsi: «Non faccio parte di un mondo che decade. Io prolungo e trasmetto una verità che non muore».

FRANCO-VOLPI-2Siamo di fronte a un antimodernista radicale, che si professa reazionario non nel consueto senso politico, bensì in un senso di principio: reazionario è contro tutto perché niente merita più di essere conservato. Il reazionario in questo senso è molto più radicale del conservatore: «Un reazionario diventa conservatore solo nei momenti in cui c’è qualcosa da conservare». Contro che cosa egli reagisca e pensi, è chiaro: «L’entusiasmo del progressista, gli argomenti del democratico, le dimostrazioni del materia-lista sono il nutrimento del reazionario». Gómez Dávila rivolge una critica pungente contro tutte le idee dalle quali possono derivare ideali e quindi ideologie: «Ogni individuo con “ideali“ è un potenziale assassino». E anche la «fine delle ideologie» gli appare come un titolo con il quale si festeggia il trionfo di una determinata ideologia. Non c’è da meravigliarsi che egli si sia rinchiuso nella più rigorosa solitudine e abbia scelto quale forma di vita l’esistenza insulare dell’aristocratico, al di là del bene e del male: «La lotta contro il mondo moderno deve essere condotta nella solitudine. Dove si è in due c’è tradimento».

FVNon c’è da stupirsi neppure che egli prenda le distanze dalla filosofia ufficiale “dominante”, anche se il suo giudizio al riguardo è tutto sommato mite: «Nelle università la filosofia sverna soltanto». Infine, non fa meraviglia che sulla sua grandiosa composizione pointillistica aleggi un alito di scetticismo: «I veri problemi non hanno una soluzione, ma solo una storia», senza che con ciò egli metta in dubbio la verità assoluta: «La verità è nella storia, ma la storia non è verità». Gómez Dávila spezza così una lancia in favore della metafisica («Tutto è banale, se l’universo non viene concepito entro un’avventura metafisica») e riconosce la propria vicinanza alla religione: «Più che un cristiano sono forse un pagano che crede in Cristo». È uno dei grandi solitari del XX secolo, la cui recezione finora è limitata a pochissimi.

Franco Volpi

Guardare a terra

Per aver chiuso gli occhi a grandi verità l’Europa è colpevole; ed è perché è colpevole che soffre. Essa tuttavia respinge ancora la luce e misconosce il braccio che la colpisce. Pochissimi uomini di questa generazione materiale sono capaci di conoscere la data, la natura e l’enormità di certi delitti commessi dagli individui, dalle nazioni e dalle sovranità; un numero inferiore è in grado di comprendere il genere di espiazione di cui tali delitti necessitano, e il prodigio che costringe il male a spazzare con le sue stesse mani il terreno che l’eterno architetto ha già misurato con l’occhio per le sue meravigliose costruzioni. Gli uomini di questo secolo hanno già deciso. Essi hanno giurato a se stessi di guardare sempre a terra. 

Joseph de Maistre

Salvati dal naufragio

Crusoe è un uomo su un piccolo scoglio, con le poche comodità strappate al mare: le pagine migliori del libro sono quelle che descrivono la lista degli oggetti salvati dal naufragio. La poesia più bella è un inventario. Ogni utensile da cucina è idealizzato perché Crusoe avrebbe potuto gettarlo in mare. È un buon esercizio, nelle ore vuote o nei momenti difficili della giornata, osservare qualsiasi cosa, il secchio del carbone o la cassa dei libri, e considerare quanto si possa essere contenti di averli portati dalla nave che affondava fino all’isola deserta. Tuttavia, un esercizio migliore di questo è ricordare come tutte quelle cose si sono salvate per un soffio dall’essere inghiottite mentre la nave affondava. Ogni uomo ha rischiato l’orribile eventualità di una nascita prematura, seguendo così la sorte dei tanti bambini non nati. Quando ero ragazzo sentivo spesso parlare di geni mancati o boicottati, ed era consuetudine dire di tanti che erano un Avrebbe Potuto Essere Un Grande. Secondo me, è un fatto molto più concreto e sorprendente che l’uomo comune, come se ne incontrano tanti, sia un Grande Avrebbe Potuto Non Essere.

Gilbert Keith Chesterton

Un ordine di marcia provvisorio

senza-titoloLa civiltà dell’Europa cristiana è stata costruita da gente il cui scopo non era affatto quello di costruire una “civiltà cristiana”, ma di spingere al massimo le conseguenze della loro fede in Cristo. La dobbiamo a persone che credevano in Cristo, non a persone che credevano nel cristianesimo. Queste persone erano dei Cristiani, e non, come potremmo definirli, dei “cristianisti”. Un bell’esempio di ciò è fornito da papa Gregorio Magno. La sua riforma ha gettato le basi del Medioevo europeo. Ora, egli credeva che la fine del mondo fosse prossima. E questa, a suo avviso, doveva comunque privare ogni “civiltà cristiana” dello spazio in cui dispiegarsi. Ciò di cui ha gettato le fondamenta, e che doveva durare tutto un millennio, non era a suo avviso che un ordine di marcia provvisorio, un modo di sistemare la casa che si sta per lasciare. Al contrario, quelli che si propongono, come scopo primario della loro azione, di “salvare l’occidente cristiano”, devono guardarsi dal praticare una condotta che (gli esempi non mancano) si situa la di fuori di ciò che è autorizzato dall’etica cristiana, o anche dalla morale comune più elementare.

Rémi Brague

Spopolamento

97005473Il più compiuto atto di uccisione, fra quanti se ne eseguono oggi, è quello rivolto contro i nascituri. È da prevedere che questo fenomeno, il quale, riferito all’individuo, ha il senso di una garanzia della comodità della vita del singolo, in un mondo dominato dal tipo umano avrà una funzione di strumento di politica demografica. In tal caso, non è difficile indovinare come prossima la scoperta dell’antichissima dottrina politica teorizzante lo spopolamento.

Ernst Jünger,
1932

Una luce diversa

Quelli che esibiscono una costante diffidenza nei confronti dell’umanità credono di detenere una sorta di privilegio nella reale conoscenza delle cose. Arrivano a vedere tutto, non li si inganna. […] Ma quando la vita si arma sino ai denti per sconfiggerci, quando celebra le sue cupe orge, allora contano la lotta e la fede. E non è in questi tempi che è difficile credere. Perché quando la malvagità è messa a nudo, rivela anche la sua sterilità. In mezzo alla devastazione il male perde peso, vediamo la sua intima impotenza. Come mai prima percepiamo la bontà come il solo elemento positivo, come una potente realtà. […] Si guardano con sufficienza i credenti. E tuttavia è in loro che sono conservate le ricchezze dell’umanità. Sono i grandi forzieri su cui noi tutti contiamo, da cui attingiamo quel che abbiamo bisogno per resistere, alcuni apertamente, alla luce del giorno, altri solo di nascosto, dopo il calar del buio, imbarazzati di farsi vedere tra i bisognosi. […] Se davvero un giorno i forzieri restassero vuoti, tutti noi diventeremmo così poveri che non riusciremmo più a sopportare la vita.
Non c’è perciò motivo di dileggiare i credenti, neppure quando la loro fede appare ingenua. Il loro volto irradia comunque una luce diversa da quella che illumina il fine sorriso di uno scettico. La loro presenza nel mondo è di tutt’altro peso.
Quelli che capiscono troppo poco della vita sono più preziosi di quelli che capiscono troppo.

Pär Lagerkvist

Materia prima

018-metropolis-theredlistÈ nel potere dell’Uomo trattare se stesso come un semplice «oggetto naturale» e i propri giudizi di valore come materia prima da manipolare scientificamente al-terandola a piacere. L’obiezione a un tale operato non risiede nel fatto che questo punto di vista (come per chi entri in sala anatomica per la prima volta) sia doloroso e traumatico finché non vi saremo abituati; dolore e trauma costi-tuiscono tutt’al più un avvertimento e un sintomo. La vera obiezione è che se l’Uomo sceglie di trattare se stesso come materia prima, materia prima sarà; e non materia prima che, come aveva ingenuamente immaginato, sarebbe lui a manipolare, ma il semplice appetito, vale a dire la semplice Natura nella persona dei suoi Condizionatori disumanizzati. […] I valori tradizionali sono destinati a essere «ridimensionati» e il genere umano a essere rimodellato secondo la volontà (o addirittura, secondo l’arbitrio) di pochi fortunati di una generazione futura che abbia imparato come farlo.

C. S. Lewis

La libertà è soggezione a un ordine

NGD 4Ma se il reazionario è impotente nel nostro tempo, la sua condizione lo obbliga a testi-moniare la sua ripugnanza. La libertà, per il reazionario, è soggezione a un ordine.
Infatti, anche quando non sia né necessità né capriccio, tuttavia la storia non è per il reazionario dialettica della volontà imma-nente, ma avventura temporale fra l’uomo e quanto lo trascende. Le sue opere sono tracce, sulla sabbia smossa, del corpo dell’uomo e del corpo dell’angelo. La storia del reazionario è un brandello, strappato dalla libertà dell’uomo, che sventola al soffio del destino.
Il reazionario non può tacere, perché la sua libertà non è solo l’asilo in cui l’uomo sfug-ge al traffico che lo stordisce e dove si rifugia per riprendere in mano sé stesso. Nell’atto libero il reazionario non prende soltanto possesso della propria essenza.
La libertà non è una possibilità astratta di scegliere fra beni noti, ma la condizione concreta all’interno della quale ci è concesso il possesso di nuovi beni. La libertà non è istanza che risolva contese fra istinti, ma la montagna dalla quale l’uomo contempla l’ascesa di nuove stelle, nella polvere luminosa del cielo stellato. La libertà pone l’uomo fra divieti che non sono fisici e imperativi che non sono vitali. Il momento libero dissipa la vana chiarezza del giorno, perché si erga, sull’orizzonte dell’anima, l’immobile universo che fa scivolare i suoi lumi passeggeri sul tremore della nostra carne.

Nicolás Gómez Dávila
Estratto da  Il Vero Reazionario

Estremo orizzonte dell’immaginazione

painting1Le produzioni di quelle ricche e grandi anime del tempo passato sono ben al di là dell’estremo orizzonte della mia immaginazione e della mia aspirazione. I loro scritti non soltanto mi soddisfano e mi riempiono, ma mi stupiscono e mi lasciano sbigottito per l’ammirazione. Io giudico la loro bellezza; la vedo, se non fino in fondo, almeno fino al punto in cui mi è impossibile aspirarvi. 

Michel de Montaigne