La civiltà dell’automobile

Più una cosa è morta, inaridita e polverosa, più viaggia; così è la polvere, la lanugine del Carso e l’Alto Commissario per il Sudafrica […] La verità è che l’esplorazione e il progresso rendono il mondo più piccolo […] È sicuramente inebriante sfrecciare per il mondo in automobile vedendo l’Arabia come un vortice di sabbia o la Cina come un lampo di risaie. Ma l’Arabia non è un vortice di sabbia e la Cina non è un lampo di risaie. Sono antiche civiltà con strane virtù sepolte come tesori. Se desideriamo conoscerle, non dev’essere come turisti o investigatori, ma con la lealtà dei bambini e la grande pazienza dei poeti. Conquistare questi luoghi significa perderli. L’uomo che resta nel suo orticello, che dà su un mondo incantato, è un uomo dalle grandi idee. La sua mente crea la distanza; l’automobile stupidamente la distrugge […] E immersa in questa enorme illusione del pianeta cosmopolita, con i suoi imperi e la sua agenzia Reuter, la vita reale dell’uomo procede occupandosi di quest’albero o di quel tempio, di questo raccolto o di quel canto bacchico, totalmente incompresa, totalmente inviolata. E dal suo splendido provincialismo osserva, forse con un sorriso divertito, la civiltà dell’automobile incedere trionfante, più veloce del tempo, consumando spazio, vedendo tutto e non vedendo nulla, continuando a ruggire fino alla conquista del sistema solare, solo per scoprire il sole londinese e le stelle di periferia.

 Gilbert Keith Chesterton
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Gioia del paganesimo

I paesi d’Europa rimasti sotto la influenza dei preti sono precisamente quelli dove ancora si canta, si danza, ci si mettono vestiti sgargianti e l’arte vive all’aperto. La dottrina e la disciplina cattolica possono essere dei muri, ma sono i muri di una palestra di giochi. Il Cristianesimo è la sola cornice in cui si sia preservata la gioia del paganesimo. Immaginiamoci dei fanciulli che stanno giocando sul piano erboso di qualche isolotto elevato sul mare; finché c’era un muro intorno all’orlo dell’altura, essi poteva-no sbizzarrirsi nei giochi più frenetici e fare di quel luogo la più rumorosa delle nurseries; ora il parapetto è stato buttato giù, lasciando scoperto il pericolo del precipizio. I fanciulli non sono caduti, ma i loro amici, al ritorno, li hanno trovati rannicchiati e impauriti nel centro dell’isolotto, e il loro canto era cessato. […] La cinta esterna del Cristianesimo è un rigido presidio di abnegazioni etiche e di preti professionali; ma dentro questo presidio inumano troverete la vecchia vita umana che danza come i fanciulli e beve vino come gli uomini. […] Nella filosofia moderna avviene il contrario: la cinta esterna è innegabilmente artistica ed emancipata: la sua disperazione sta dentro.

Gilbert Keith Chesterton

Regalità

altenberg_weltgerichtI teologi riconoscono a Gesù Cristo tre funzioni: profeta, arciprete e re. Cristo significa unto, dunque re. Come Bernanos osservava, c’è qualcosa di grottesco nella pompa che accompagna la solenne entrata di Gesù a Gerusalemme, sul dorso di un asino, eppure resta un’entrata regale. Quando Pilato gli domanda se egli sia re, Gesù non dice di no, ma si limita a precisare che il suo regno non è di questo mondo. Non c’è da stupirsi che i re siano stati accostati al Cristo. Come lui, sono giudici e signori; come lui, costituiscono la pietra angolare del loro regno; come lui, fanno appello al Padre universale. Senza che vi sia al riguardo una dottrina canonica, la Chiesa stessa ha più volte ravvisato nel re sia un’icona che un luogotenente del Cristo.

Per un rovesciamento metafisico dei segni, la Cenòsi precipita il santo di forza nell’abisso della debolezza. Il creatore del mondo è ridotto tra gli schiavi; egli perde ogni suo potere e nulla, però della sua regalità. Cosa in effetti è più regale dell’apparizione sui gradini del pretorio del Cristo flagellato, una corona di spine sulla testa, uno scettro di canna nella mano, drappeggiato di finta porpora e spintonato alle spalle da soldatacci stranieri? Non ha ricevuto l’unzione, ma è il Messia; non è, con la carne, il figlio di David, ma è, con lo Spirito, quello di Dio; è disarmato, ma schiere di angeli non aspettano che un suo segno, e passerebbero Gerusalemme a ferro e a fuoco. E invece lui si lascerà crocifiggere per il mondo sul quale è chiamato a regnare. Ecce homo. Ecco l’uomo. Ed ecco il re.

Vladimir Volkoff

Inchinarsi davanti alle immagini

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Ricordo, a un seminario sulla religione, che uno studente spiegò la meditazione trascendentale, da lui praticata. Alla domanda di un compagno: «Ma il mondo della politica, allora?», rispose: «È irrilevante. I computer possono gestirlo, e gestire l’intero paese, in modo molto più efficiente di noi, lasciandoci liberi di meditare per raggiungere l’illuminazione». Vedete la perfetta consonanza tra dittatura centrale ed egocentrismo del punto di vista spirituale? Quelle parole mi aprirono gli occhi: vidi che gli attuali culti basati sulla meditazione non sono così miti, così innocui come amano rappresentarsi, ma raccolgono intorno a sé un branco di pericolosi estremisti totalitari, incapaci di vedere l’individuo perché l’individuo lo si può vedere soltanto se si cerca l’anima con l’anima. Loro sono incapaci di vedere le persone come individui, figurarsi le cose nella loro individualità. E il terrorista che spara a un uomo sulla soglia di casa, che gli spara alle ginocchia, non vede affatto quell’uomo. Egli è immerso nella sua meditazione spirituale.

I terroristi sono come quei mistici che hanno voluto cancellare l’immaginazione per vivere nella notte assoluta dello spirito e quella loro via negativa ti spara alle ginocchia. Le ginocchia: il luogo della genuflessione, dell’inchinarsi davanti alle immagini. È importante ricollegare il terrorismo alle sue radici nella nostra coscienza religiosa. Il terrorista è il prodotto di un sistema educativo il quale insegna che la fantasia non è reale, che l’estetica è materia per gli artisti e l’anima è materia per i preti, che l’immaginazione è una cosa banale o pericolosa e buona per i matti, e che la realtà, ciò a cui dobbiamo adattarci, è il mondo esterno, e che quel mondo è privo di vita. Il terrorista è il risultato di questo lunghissimo processo di cancellazione totale della psiche. Mi disse una volta Corbin: «Il problema del mondo islamico è di avere distrutto le proprie immagini, e senza le immagini, che nella tradizione islamica sono così esuberanti e ricche, adesso impazzisce, perché non ha dove contenere la sua incredibile potenza immaginativa».

James Hillman

Frammento pasquale / 2

crux


“Dio è morto” esclamò quel Venerdì Santo che è stato l’Ottocento.
Oggi viviamo nell’atroce silenzio del sabato. Nel silenzio del sepolcro abitato.
In quale secolo spunterà, nel sepolcro vuoto, l’alba della Domenica di Pasqua?

Nicolás Gómez Dávila

Frammento pasquale / 1

golgotha-1900Per il cristiano odierno la crocifissione fu un lacrimevole errore giudiziario. La facoltà di percepire la misteriosa necessità del tremendo morì con il dramma greco e gli altari cristiani.

Nicolás Gómez Dávila

Lei non era di qui

waitingL’ho incontrata due volte soltanto. È poco. Ma lo straordinario non si misura in termini di tempo. Fui conquistato di colpo dalla sua aria d’assenza e di spaesamento, dai suoi sussurri (lei non parlava), dai suoi gesti incerti, dai suoi sguardi che non aderivano agli esseri né alle cose, dal suo portamento di spettro adorabile. “Chi è lei? Da dove viene?” era la domanda che si sarebbe voluto rivolgerle a bruciapelo. Non avrebbe potuto rispondere, a tal punto si identificava con il proprio mistero o riluttava a tradirlo. Nessuno saprà mai come faceva a respirare, per quale smarrimento cedeva ai sortilegi del fiato, né che cosa cercava fra noi. Quello che è certo è che non era di qui e condivideva la nostra caduta soltanto per educazione o per qualche curiosità morbosa. Solo gli angeli e gli incurabili possono ispirare un sentimento analogo a quello che si provava in sua presenza. Fascinazione, sovrannaturale malessere!
Nell’istante stesso in cui la vidi, mi innamorai della sua timidezza, una timidezza unica, indimenticabile, che le conferiva l’aspetto di una vestale stremata al servizio di un dio clandestino oppure di una mistica devastata dalla nostalgia o dall’abuso dell’estasi, per sempre inadatta a recuperare l’evidenza!

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Un rispettabile inferno

Fabrice_Hadjadj_mediumSembra più facile appassionarsi alla lettura dell’Inferno di Dante che a quella del Paradiso, che può apparire come un nulla immacolato. Ma il Paradiso dantesco è più variato e violento dell’Inferno. Lì, Beatrice dichiara al poeta: «S’io ridessi tu ti faresti […] di cenere». Ecco perché mettiamo il Paradiso alla porta: temiamo la sua gioia esigente. E allora ci fabbrichiamo un piccolo paradiso artificiale, rassicurante: un inferno molto rispettabile.

Fabrice Hadjadj

Frammenti pasquali / 1

Davila«Dio è morto» esclamò quel Venerdì Santo che è stato l’Ottocento.
Oggi viviamo nell’atroce silenzio del sabato.
Nel silenzio del sepolcro abitato.
In quale secolo spunterà, nel sepolcro vuoto, l’alba della Domenica di Pasqua?

Nicolás Gómez Dávila