Impossibile speranza

La tragedia sta nel fatto che per l’uomo contemporaneo l’assoluto è inattingibile e, insieme, il relativo è invivibile. Due pazzie sono veramente profetiche: quella di Hölderlin, che non poté attingere l’assoluto, o che solo così poté attingerlo, e quella di Nietzsche, che non poté vivere, o solo così poté vivere, il relativo. 

Il tragico non ammette risposte, e non pretendo di averne una. La mia estrema e paradossale fede biblica condivide queste parole di Élie Wiesel: «il Dio ebraico è nella domanda e non nella risposta». Io cerco, io propongo un orizzonte di comprensione in cui si possa, senza riduzionismi di nessun genere, pensare davvero la nostra tragedia. È vero infatti quel che sostengono i nemici della nostalgia dell’essere, della nostalgia dell’assoluto. Che cioè l’assoluto, ai nostri occhi, è segnato inevitabilmente da un fondamentale elemento negativo, costituito dal suo carattere di dominio totalizzante. L’assoluto è rigida, in definitiva necessariamente costrittiva e oppressiva, totalità. È contemporaneamente vero però anche quel che sostengono i nostalgici dell’essere, i nostalgici dell’assoluto. Che cioè il venir meno di qualunque riferimento all’assoluto conduce inevitabilmente, per quanto abili possano essere i tentativi di fermarsi un attimo prima, alla perdita del senso, e dalla perdita del senso alla perdita di ogni positività fino all’esito finale del nulla. Inter esse et non esse – come dicevano i medievali – non datur medium.

sergio-quinzio

La fede cristiana, se riusciamo a disseppellirla da sotto le eterogenee montagne che da duemila anni l’hanno ricoperta, è fede nell’assoluto che si fa relativo, nell’insufficienza cioè delle loro separate e contrapposte autonomie. Questa può ben essere la trascrizione in un linguaggio oggi comprensibile del supremo mistero cristiano dell’incarnazione, passione, morte e risurrezione di Dio. L’uomo Gesù, morto crocifisso come uno schiavo fuggitivo, è Dio, il creatore e signore dell’universo: in lui il relativo più misero, più straziato dall’impotenza, riceve senso dalla coincidenza con l’assoluto divino. Solo se l’assoluto si fa relativo, solo se le due cose si congiungono in una, la nostra situazione non è pura, paralizzante aporia. Nell’Uomo-Dio Gesù Cristo, è escluso per sempre il ritorno a sacrali e celestiali assoluti, e insieme il relativo non cade nel nulla, ma è preservato nella sua debolezza, pena e consolazione. Dopo il capovolgimento operato dalla misericordia di Dio, per il quale il fondamento di tutte le cose che sono abbandona l’eterna necessità dell’essere per compiere in un certo momento della storia la sua chenosi, la sua spoliazione, il suo svuotamento e annichilimento, nessun assoluto può più, nostro malgrado, né appagarci né convincerci. Abbiamo impiegato secoli per impararlo, inventando invano sempre nuovi assoluti che potevano di volta in volta apparirci più plausibili, e adesso dobbiamo saperlo. Ma, nello stesso tempo, dopo che il relativo ha portato impresso su di sé in Gesù Cristo il sigillo della presenza umiliata del Dio altissimo, nessun relativo possiamo più, nostro malgrado, viverlo accettandolo nella sua pagana naturalità come ovvia pluralità di elementi senza direzione e senza senso. Questo dobbiamo ancora avere il coraggio di saperlo. 

Se il nodo che ci stringe può essere sciolto o reciso, può esserlo perciò solo nel compimento escatologico della speranza che, come già quella di Abramo (Rm 4, 18) a me appare sempre più indispensabile e sempre più impossibile: la speranza di vedere nel volto di Cristo, con i nostri terrestri occhi e non nei mistici abissi dei cieli, il volto dell’assoluto diventato carne mortale.

Sergio Quinzio
(† 22 marzo 1996 – 22 marzo 2016)

 

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